Traduzione

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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Il medoto di ricerca ed analisi adottato è riportato su
www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
Vds. post in data 30 dicembre 2009 seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al medesimo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

Ricerche e Tesi di Laurea e di Dottorato

L'utilizzo dei dati di questo blog può essere più proficuo tenendo presente il volume di M. Coltrinari, L. Coltrinari, La Ricostruzione e lo studio di un avvenimento militare, Roma, edizione nuovacultura, 2009, nelle parti:
Capitolo II, b. La tecnica procedurale
Capitolo IV, a. La documetazione a Corredo
Alegato. Schema per una tesi di Laurea o di dottorato
a. L'attività concettuale
b. L'attività gestionale
c. L'attività esecutiva
(ulteriori informazioni scrivere alla email ricerca23@libero.it, )
Il volume è disponibile in tutte lelibrerie e presso la Casa Editrice, Nuova Cultura, al sito www.nuovacultura.it

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venerdì 30 novembre 2018

Quaderni On Line. Indici Novembre 2018


QUADERNI ON LINE
(centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)

SOMMARIO
ANNO LXXIX, Supplemento on line, X, n.35
Novembre 2018
www.valoremilitare.blogspot.com
Editoriale,  Novembre 2018.
                            su www. valore militare cesvam.blogspot.com con post in data 28.11.2018
Copertina, Ottobre 2018.  Università Nicolò Cusano Telematica Roma. Il Master
                            su www. valore militare cesvam.blogspot.com con post in data 29.10.2018

IL MONDO DA CUI VENIAMO: LA MEMORIA

APPROFONDIMENTI
Giancarlo Ramaccia., La Battaglia di Vittorio Veneto. Le forze contrapposte
                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 1.11.2018
Giancarlo Ramaccia., La Battaglia di Vittorio Veneto. La lotta sul Grappa
                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 2.11.2018
Giancarlo Ramaccia., La Battaglia di Vittorio Veneto. Il Passaggio sul Piave  
                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 3.11.2018
Giancarlo Ramaccia., La Battaglia di Vittorio Veneto. La Vittoria
                     su www. valore militare.blogspot.com con post in data 4.11.2018
Luigi Marsibilio, L’eroismo del Sergente W. Kraiser.
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 17.11.2018

DIBATTITI
Luigi Marsibilio, Anzio. La testa di ponte. Indice
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 7.11.2018
Luigi Marsibilio, Anzio. Preparazione di un anniversario
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 13.11.2018
Francesco Attanasio, L’Emblema Araldico del Nastro Azzurro
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 14.11.2018
Redazionale, Dizionari minimo della Grande di Liberazione 1943 - 1945
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 25.11.2018
Massimo Coltrinari, Prigionia Italiana in URSS. Cronistoria del Movimento antifascista degli Ufficiali italiani in URSS
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 26.11.2018
Redazionale, Fascismo e Nazismo: due entità opposte
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 27.11.2018

ARCHIVIO
Redazionale, Le versioni dal greco: sempre attuali
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 23.11.2018
Redazionale, Albania 1943. Iniziate le operazioni di editing
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 24.11.2018

MUSEI,ARCHIVI,BIBLIOTECHE
Redazionale, Ex Libris. Libri antichi
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 16.11.2018

IL MONDO IN CUI VIVIAMO: LA REALTA' D'OGGI

UNA FINESTRA SUL MONDO
Redazionale, Le bugie di un referendum contro la UE. La Brexit
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 18.11.2018
Redazionale, Stato ed Antistato. La Colombia
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 22.11.2018

GEOPOLITICA DELLE PROSSIME SFIDE
Redazionale, Israele, passato presente e futuro
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 11.11.2018

SCENARI,REGIONI, QUADRANTI

CESVAM NOTIZIE
CENTRO STUDI SUL VALORE MILITARE
Redazionale, Il periodico del Nastro Azzurro n. 5 Settembre – Ottobre 2018
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 5.11.2018
Redazionale, Nuova Feltria IV Novembre
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 6.11.2018
Mario Bova, Albania. Un Bando Interessante. Premio Anna Cenerini Bova
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 8.11.2018
Redazionale, Master in Storia Militare Contemporanea 1796 – 1960 Modulo 3
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 9.11.2018
Mario Nasatti, La Grande Guerra. Federazione di Lecco
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 10.11.2018
Redazionale, Emeroteca. Novembre 2018
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 12.11.2018
Redazionale, Master in Storia Militare Contemporanea 1796 – 1960 I
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 19.11.2018
Redazionale, Master in Storia Militare Contemporanea 1796 – 1960 II
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 20.11.2018
Redazionale, Dizionario minimo della Grande Guerra. Ringraziamenti.
                     su www. valoremilitare.blogspot.com con post in data 21.11.2018

SEGNALAZIONI LIBRARIE

AUTORI

Pecce Alessio, ricercatore
Bottoni Roberta, Istituto del nastro Azzurro
Coltrinari, Massimo direttore CESVAM
Francesco Attanasio, Presidente della federazione di Siracusa
Carandente  Chiara, Istituto del Nastro Azzurro
Baldoni, Massimo, pseudonimo
Giorgini, Desiderio pseudonimo
Alessia Biasiolo, collaboratrice CESVAM
Luigi Marsibilio, membro del Collegio dei redattori della Rivista
Giancarlo Ramaccia, vice direttore CESVAM
Giovanni Cecini membro del Collegio dei redattori della Rivista

Numero chiuso in data 30.11. 2018

venerdì 9 novembre 2018

Il problema del clima


Da L'Internazionale novembre 2018

martedì 30 ottobre 2018

L'Oceania e la Prima Guerra Mondiale




La fine della Grande Guerra e l'Oceania

Dizionario minimo ella Grande Guerra

(info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)

mercoledì 19 settembre 2018

Tesi di Laurea.


La tesi è disponibile, previo consenso dell'autore, presso
 la Emeroteca 
 del Cesvam - Centro Studi sul Valore Militare
info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

mercoledì 6 giugno 2018

Una Centrale anche per il Pacifico


UNA CENTRALE NUCLEARE GALLEGGIANTE PER CONTROLLARE L’ARTICO

Mosca, 30. E' partita ieri dal porto di San Pietroburgo la prima centrale nucleare galleggiante russa. Sarà destinata a rifornire di energia avamposti nell’Artico. Un deciso passo in avanti nell’estensione del controllo russo sulla regione molto contesa.
L'Akademik Lomonosov, una sorta di nave-centrale nucleare, proseguirà attraverso il Baltico fino al porto russo di Murmansk, dove i due reattori dell’impianto verranno riforniti di combustibile nucleare, come ha spiegato Pavel Ipatow, portavoce del gestore della centrale Rosenergoatom, citato dall’agenzia stampa Tass. L’estate prossima, L'Akademik Lomonosov lascerà Murmansk per prestare servizio nell’Artico, lungo la costa di più Chukotka nell’estremo oriente della Russia.
Sul piano tecnico, la centrale galleggiante può fornire di energia elettrica fino a 200.000 persone, oltre a provvedere alla desalinizzazione dell’acqua. La destinazione dell'Akademik Lomonosov, che rifornirà anche piattaforme petrolifere, sarà il porto Siberiano di Pewek. Il progetto è stato fortemente criticato da diverse associazioni ambientalistiche che parlano del rischio di <>, in riferimento al disastro nucleare del 1986, i cui effetti causarono in settant'anni anni almeno sei milioni di morti.

sabato 5 maggio 2018

Il TPP e l'OCEANIA


 Fonte: LIMES, rivista di geopolitica
N. 12 Dicembre 2018

www.linesomline.it
per informazioni:ilmioabbonamento.it

martedì 24 aprile 2018

Tesi: Sorveglianza delle Frontiere Marittime Europee


La tesi è disponibile al CESVAM

wwww.centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

mercoledì 3 gennaio 2018

Struttura dell'Atlante.



IL COLTRINARI ATLANTE SI COMPONE DELLE SEGUENTI PARTI

GEOSTRATEGICO
EUROPA
ITALIA
ASIA
MEDIORIENTE
AFRICA
AMERICHE
OCEANIA, in cui sono annotati indicazioni e note di metodo
TERRE POLARI

L'Indirizzo è 
geografia2013@libero.it

cliccando su ogni foto nelle colonne laterali si è inviati automaticamente al blog del continente indicato 


venerdì 15 dicembre 2017

martedì 19 settembre 2017

CS10. Capacità geografica: Trasporti e Comunicazioni III


F)     Numero delle auto per 1000 abitanti
Indice che misura la mobilità della popolazione di uno Stato, in relazione a 1000 abitanti.

G)    CO2 tonnellate per abitante
Indice che misura l’inquinamento dell’aria e quindi la qualità della vita della popolazione di uno Stato. Misura l’emissione di anidrite carbonica rapportata ad abitante per tonnellata. L’indice è il rapporto tra la quantità totale emessa di anidride carbonica, emessa dalle attività economiche e dai veicoli di uno Stato e la popolazione dei medesimi.

H)    Polveri sottili
Indice che misura il concentramento medio annuo espresso per microgrammi per MC e rilevata nei centri urbani con popolazione superiore a 100.000 abitanti.

     L) Sex ratio per abitante
Indice che misura nella popolazione di uno Stato il numero di maschi per ogni 100 femmine.

    M) CFG consumo di cloroflorocarburi in Kg ODP (potenziale riduzione dell’ozono)

Indice che rileva la quantità di gas emessi che possono incidere sulla foschia dell’ozono in senso negativo, ovvero aiutare ad incrementare il processo -, e quindi incidere sulle variazioni climatiche di determinate aree della Terra.

domenica 9 luglio 2017

CS10 Capacita Geografica. Trasporti e Comunicazioni

CS 10
CAPACITA’ GEOGRAFICA: TRASPORTI E COMUNICAZIONI

C)    Numero dei telefoni fissi per 1000 abitanti
Indice che misura, in consenso con altri, DSL e numero di cellulari per abitante, dello Stato. Qui è preso in esame il numero dei telefoni fissi per 1000 abitanti, anche se questo dato appare via via sempre più meno indicativo (dato lo sviluppo della telefonia mobile) soprattutto nei paesi più avanzati. Per telefoni si intende il numero delle linee telefoniche che collegano le apparecchiature dei clienti alla rete telefonica pubblica.

D)    Sviluppo stradale
Qui viene preso in esame la somma delle strade asfaltate, non asfaltate, autostrade e messe in rapporto con la superficie dello Stato. Tale rapporto viene quindi parametrato.

E)     Sviluppo rete ferroviaria (elettrificata e non elettrificata)
Qui viene presa in esame la somma delle rete ferroviarie sia pubblica che privata, sia non che elettrificata, messa questa somma in rapporto con la superficie dello Stato.
Tale rapporto viene quindi parametrato.

Finfo: geografia 2013@libero.it

mercoledì 26 aprile 2017

Il Pericolo nucleare nel Pacifico

Davide contro Golia
Isole Marshall sfidano Potenze nucleari
Pasquale Simonelli
19/04/2017
 più piccolopiù grande
Le Isole Marshall contro le Potenze nucleari: la sfida apparentemente impari s’è questa volta chiusa con la sconfitta di Davide, ma merita di essere raccontata.

Il 24 aprile del 2014 la Repubblica presidenziale delle Isole Marshall ha adito la Corte internazionale di Giustizia (CiG) per vedere accertata la responsabilità degli Stati che attualmente detengono, a vario titolo, armi nucleari (Usa, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord), per non aver intrapreso azioni concrete volte a raggiungere il disarmo completo ed effettivo, in violazione dell'art. 6 del Trattato di Non Proliferazione Nucleare e del diritto consuetudinario.

Si trattava di un’iniziativa senza precedenti che è stata accolta con entusiasmo ed eccitazione da parte dell’opinione pubblica: la Corte avrebbe potuto finalmente chiarire quale sia la portata e il valore da attribuire all’obbligo di disarmo nucleare nel diritto internazionale, se non addirittura condannare i Paesi convenuti per il mancato rispetto dell’obbligo in questione.

La vicenda, inoltre, presentava indubbio fascino anche dal punto di vista meramente simbolico: a sfidare le nove grandi potenze era la Repubblica delle Isole Marshall, un piccolo Stato del Pacifico, teatro di ben 67 esperimenti nucleari tra il 1948 e il 1956, i cui effetti nefasti ne hanno irrimediabilmente devastato l’ecosistema.

Il 5 ottobre 2016, la Corte, con una maggioranza di 9 giudici a 7, ha però dichiarato di non potere procedere ad esaminare nel merito la questione, sostenendo che "non esiste controversia". Al di là delle speranze, una decisione di tale tipo era ampiamente prevedibile.

In primo luogo, sussistevano forti perplessità sulla competenza della CiG: solo nei confronti di Regno Unito, India e Pakistan il processo aveva avuto avvio, essendo gli unici dei nove convenuti ad aver effettuato la dichiarazione di accettazione preventiva della competenza della Corte ai sensi dell’art. 36, paragrafo 2, dello Statuto, tra l’altro apponendo numerose riserve. In secondo luogo, la CiG ha sempre mostrato una certa reticenza ad intervenire in questioni così politicamente sensibili.

Ciononostante, la vicenda per la sua unicità e per le interessanti considerazioni ad essa collegate costituisce un ottimo spunto per procedere a un’analisi della normativa internazionale sul disarmo nucleare, anche alla luce della rilevanza che la questione assume nell’attuale dibattito internazionale.

L’obbligo di disarmo nucleare nel diritto pattizio …
Per chiarezza espositiva, iniziamo dal diritto pattizio, esaminando quanto previsto in materia dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare, la più importante fonte di regolamentazione internazionale dell’energia nucleare.

Tale trattato sancisce la distinzione degli Stati parti in due distinti gruppi: i Nuclear Weapon States (Usa, Russia, Regno Unito, Francia e Cina), gli unici che possono legittimamente detenere le armi atomiche, e i Non Nuclear Weapon States, i quali, aderendo al TNP, sono obbligati a non avere armi nucleari e a limitare lo sfruttamento dell’energia nucleare esclusivamente per scopi pacifici.

Come contraltare di tale rinuncia, i Nuclear States si sono impegnati anche a condurre e concludere in buona fede negoziati sul disarmo nucleare sotto stretto controllo internazionale, a porre fine alla corsa agli armamenti e a ridurre progressivamente i propri arsenali, come espressamente previsto dall’art. 6 del TNP.

Sebbene l’interpretazione di tale norma sia stata oggetto di un acceso dibattito tra i Paesi nucleari e non, oggi non può non ritenersi che essa abbia una portata precettiva. In altre parole, dal citato art. 6 discende un vero e proprio “obbligo di risultato” in capo ai Nuclear States: essi sono, cioè, giuridicamente obbligati a raggiungere l’effettivo e completo disarmo nucleare e a porre in essere azioni concrete a ciò finalizzate. In senso conforme si pronunciano la dottrina prevalente e la stessa Corte di Giustizia nel “Parere sulla liceità della minaccia e dell’Uso delle armi nucleari”.

… e nel diritto consuetudinario
Molto più controverso è se l’obbligo in questione si sia ormai consolidato nel diritto internazionale consuetudinario. L’accertamento di tale circostanza non costituisce un mero esercizio accademico, ma riveste un’importanza fondamentale, in quanto India, Pakistan, Israele e Corea del Nord non sono parti del TNP.

Le Isole Marshall nelle loro memorie, per provare il formarsi dell’opinio juris, citano numerose risoluzioni adottate dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite e dal Consiglio di Sicurezza e riportano quanto affermato dalla Corte nel Parere sopra citato, nel quale sembra ammettersi che l’art. 6 del TNP si sia ormai cristallizzato nel diritto consuetudinario, anche se, dall’esame delle varie dissenting opinions, si può facilmente osservare come non vi sia consenso sul punto anche tra gli stessi giudici della CiG.

Sebbene la tesi prospettata non appaia del tutto priva di fondamento, in assenza di una pronuncia chiarificatrice da parte della Corte, permane una forte incertezza sulla sua condivisibilità.

Il disarmo nucleare nel XXI secolo: prospettive e riflessioni
L’iniziativa delle Isole Marshall, sebbene non abbia prodotto risultati concreti, costituisce, comunque, un’ulteriore riprova dell’insofferenza dei Non Nuclear Weapon States nei confronti delle condotte incoerenti, oltre che contra legem, tenute dagli Stati nucleari.

Ciò non deve sorprendere: nell’attuale contesto storico, i privilegi e i poteri di cui godono, e dietro cui si trincerano, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sono sempre più invisi alla comunità internazionale e forti sono le spinte per un riordinamento più equitativo, o comunque meno anacronistico, degli assetti di potere.

La sistematica violazione degli obblighi concernenti il disarmo nucleare da parte dei Nuclear States, oltre a costituire la principale giustificazione per i Paesi che de facto detengono l’atomica, corre il rischio di provocare la disaffezione al TNP, oggetto di conferenze di riesame periodiche, che potrebbe avere come conseguenza il riavvio di una corsa agli armamenti indiscriminata.

Sarebbe dunque fondamentale dare avvio al più presto ai negoziati tanto agognati, anche se le attuali circostanze, purtroppo, non lasciano ben sperare. Va però almeno ricordato che, sulla base di una proposta austriaca, frutto dell’iniziativa sull’impatto umanitario delle armi nucleari, è ormai approdata a una conferenza ad hoc delle Nazioni Unite, dopo essere stata discussa a tre riprese in ambito internazionale, l’idea di abolire le armi nucleari.

Pasquale Simonelli, laureato in Giurisprudenza – Diritto Internazionale.

sabato 31 dicembre 2016

lunedì 22 agosto 2016

CS10 Capacità geografica: Trasporti e Comunicazioni I

CS 10
CAPACITA’ GEOGRAFICA: TRASPORTI E COMUNICAZIONI

A)    Numero abbonati alla DSL
Indice che misura, in consenso con altri, la diffusione delle telecomunicazioni nello Stato. Qui è preso in esame la DSL.

B)    Numero cellulari per 1000 abitanti
Indice che misura, in consenso con altri DSL e telefoni fissi per abitante, la diffusione delle telecomunicazioni nello Stato. Qui è preso in esame il numero dei cellulari per ogni 1000 abitanti. Per cellulare si intende i telefoni portatili che si allacciano ad un servizio pubblico di telefonia mobile.


info:geografia 2013@libero.it

giovedì 28 luglio 2016

Capacita geografica: energetica III


6)      Fonte nuova in industria
Indice ripartisce la fonte nuova di uno Stato in tre settori/ agricolo (primario) industriale (secondario) e servizi (terziario) questo riporta l’indice del 2° settore.

7)      Fonte nuova nel terreno
Indice ripartisce la fonte nuova di uno Stato in tre settori/ agricolo (primario) industriale (secondario) e servizi (terziario) questo riporta l’indice del 3° settore.


Disponibilità di calorie per abitante
L’indice misura la disponibilità di – per la popolazione di uno Stato.

Numero delle raffinerie

È la quantità degli impianti che uno Stato ha disponibili.

giovedì 23 giugno 2016

CS9 Capacita Geografica: Energetica II


3)      Energia elettrica –
Indice misura la produzione annua totale in milioni di kW/ore di uno Stato.

4)      Energia rinnovabile
Indica che è prodotta con fonti rinnovabili, che sono -, geotermica, solare fotoelettrica eolica, biomasse.

5)      Energia non rinnovabile
Indice misura l’energia prodotta da fonti non rinnovabili, come combustibili fossili e nucleari.
L’indice e quello precedente si completano, a 100.

info: geografia2013@libero.it

domenica 12 giugno 2016

CS9 Capacità Geografica. Energetica I



1)      Consumo energia elettrica per abitante
L’indice indica il consumo per abitante dell’energia elettrica prodotta, sia che essa sia attuata con la -, con il nucleare o con la combustione termica di combustibili solidi, liquidi gassosi o di origine fossile.

2)      Energia elettrica installata
Indice riporta la massima potenza elettrica erogabile per la produzione di potenza attiva nel complesso delle centrali termiche di uno Stato, supportando la completa efficienza degli impianti incendiari attivati di stabilità.

Info: geografia2013@libero.it

CS8 Capacita geografica: Climatica III


FS73.H3 Aree Protette
Per preservare le foreste da elementi depauperanti sono state create delle aree protette con una speciale legislazione affinché possano essere mantenute; in alcuni casi questa speciale legislazione permette uno sfruttamento intelligente delle foreste.

Il valore rilevato è la % dell'area protetta in relazione alla superficie del territorio nazionale.

lunedì 16 maggio 2016

CS8 Capacità Geografica. Climatica II


FS72.H2 Deforestazione
Il disboscamento distruttivo, cioè lo sfruttamento superiore ai tempi di rinnovamento naturale porta alla dissipazione delle foreste tropicali, provoca erosione dei suoli, isterilimento, desertificazione, dissesto idrogeologico.
Buona patte delle foreste naturali non corrisponde più alle associazioni vegetali originarie, foreste primarie, perché degradate dallo sfruttamento e ridotte a foreste secondarie. Il disboscamento e la deforestazione è diventato una vera e propria emergenza ecologica. A livello planetario i tentativi di arginare la deforestazione non hanno dato oggi risultati decisivi per un circolo vizioso di presenti interessi nazionali, secondo i quali ogni paese è libero di sfruttare a sua discrezionale proprie risorse, ed interessi speculativi nazionali.
Il disboscamento nel corso del secolo scorso è stato pari ad una riduzione del manto forestale del 25% passando da 50.000 di km2 a 378,7 milioni di km2 4
L'indice rilevato è dato dalla% di area disboscata sul totale della foresta. I valori negativi indicano un aumento dell'area forestale

martedì 3 maggio 2016

CS8 Capacita Geografica: Climatica



FS71.Hl Foreste

Le foreste rappresentano una risorsa fondamentale perché il legname è sempre stato uno dei materiali più utilizzati dall'uomo per la sua enorme varietà di essenze. Si calcola che al mondo vi sono oltre 30000 specie arboree. Può essere impiegato come combustibile, per la costruzione di edifici ed infrastrutture per la produzione di utensili e beni di consumo, come attrezzi, mobili ecc., come materia prima industriale, cellulosa, pasta di carta. Si stima che il settore dei prodotti forestali rappresenti l' 1% del PIL Mondiale.
Le foreste svolgono un ruolo ambientale insostituibile difficilmente valutabile in termini economici.
All'inizio del secondo millennio le foreste coprivano il 38,7 milioni di km2 pari al 30% delle terre emerse, senza contare la Groenlandia e l'Antartide. Il volume delle legname era pari ai 400 miliardi di m3
Per abitante l'estensione boschi va mondiale è pari al 0,6% per abitante
L'indice rilevato è in percentuale della superficie territorio nazionale?

giovedì 24 marzo 2016

Motori Elettrici

Veicoli elettrici
Tesla Motors insegue la concorrenza cinese e non solo
Enrico Mariutti
26/03/2017
 più piccolopiù grande
Al momento, Tesla Motors è certamente il brand più noto al mondo nel settore dei veicoli elettrici. Tuttavia, se fino a due anni fa la società californiana poteva definirsi leader indiscusso a livello globale, oggi si trova a inseguire le aziende cinesi e a competere sempre più duramente con i colossi dell’auto americani ed europei.

Certamente, il ridimensionamento della quota globale assorbita dal mercato americano dell’auto elettrica, oggi terzo al mondo dopo Cina e Unione europea + Norvegia, ha inciso notevolmente sulle vendite di Tesla. Analisti indipendenti stimano in oltre 280.000 i veicoli elettrici venduti nel 2016 sul mercato cinese, di cui solo il 3% a marchio Tesla, con una crescita su base annuale del 27%, mentre le vendite sul mercato americano si sono attestate a circa 150.000 unità, di cui circa un terzo Tesla, ma con un tasso di crescita su base annua solamente dello 0,8%.

La perdita del primato globale non è solo conseguenza di una ridistribuzione della domanda a livello internazionale, ma è legata anche al modello di business adottato dalla società di Palo Alto. Infatti, Tesla Motors è uno degli esempi più compiuti del fenomeno definibile come brandizzazione del progresso.

Un successo nello spirito del tempo
Sin dal principio la cifra del successo di Tesla Motors è stata di saper incarnare lo Zeitgeist, lo spirito del tempo. L’affermazione del neoliberismo, l’avvento della globalizzazione, la crisi del modello socialdemocratico e il crollo del blocco sovietico hanno aperto una fase storica in cui libertà, velocità, diversità, connettività ed esibizione sono diventate parole d’ordine e di cui i colossi dell’high tech sono stati i massimi artefici, i più devoti araldi e i principali beneficiari.

Le linee eleganti, le prestazioni eccezionali, la filosofia ecosostenibile e open source, la dotazione tecnologica d’avanguardia, le innovative strategie di marketing e l’estro visionario del patron Elon Musk hanno reso le Tesla simboli di una way of life, della filosofia del benessere in cui, con ipocrisia e ingenuità, si rispecchia la nuova classe dirigente globale e globalista.

Non è un caso che dal 2015 Tesla Motors sia al vertice della classifica delle società più innovative al mondo stilata da Forbes: l’azienda di Palo Alto non ha certamente puntato sui numeri, quanto piuttosto su una supremazia iconica. L’equilibrio sui cui si fonda il successo di un progetto così ambizioso è però estremamente complesso e per molti aspetti fragile.

Come scriveva, infatti, oltre un secolo fa Georg Simmel, “In whatever empirical or transcendental sense the difference between objects and subjects is conceived, value is never a ‘quality’ of the objects, but a judgment upon them which remains inherent in the subject”. E, come ha ricordato più recentemente l’antropologo Arjun Appadurai, “demand is a socially regulated and generated impulse, not an artifact of individual whims or needs”.

Il modello di business di Tesla Motors si colloca perciò al centro di un vasta rete simbolica, strutturato su più livelli e dimensioni. L’intelaiatura di questo network s’interseca e si fonde in più parti con i tradizionali capisaldi teorici e morali della civiltà occidentale, legando in profondità le prospettive industriali di Tesla Motors all’egemonia culturale e morale che questo sistema valoriale è in grado di esercitare sull’umanità.

La nuova fase e la reazione californiana
Nel corso del passato decennio, l’azienda californiana ha potuto contare sul terreno di coltura ideale per svilupparsi ed evolversi. Tanto l’estetica politica quanto le scelte programmatiche dell’Amministrazione Obama erano perfettamente complementari al modello socio-culturale cui fa riferimento Tesla Motors. La nuova Amministrazione sembra, invece, piuttosto lontana da quel sistema valoriale.

L’esaltazione dell’eccezionalismo americano in contrapposizione all’internazionalismo, la repulsione nei confronti della divergenza e della diversità, l’insofferenza nei confronti dell’universalismo di matrice umanistica, la retorica violenta e divisiva che caratterizzano sinora la Presidenza Trump mettono in discussione le fondamenta concettuali dell’attuale egemonia morale e culturale occidentale e, di conseguenza, rappresentano una minaccia esistenziale per tutti i soggetti radicati in quell’ecosistema culturale e psicologico.

Il neo-eletto presidente sembra non comprendere che sulla condivisione di quel sistema valoriale i colossi dell’high tech, e non solo loro, hanno fondato business da centinaia di miliardi di dollari. Le big corp californiane appaiono infatti sul piede di guerra. Ma Google, Facebook o Amazon sono aziende con dimensioni molto più grandi e ramificazioni molto più vaste di Tesla: nel corso degli ultimi anni, hanno assunto la forma di conglomerati, con attività diversificate e spalmate in più segmenti e su più livelli della Catena del Valore Globale.

Elon Musk, al contrario, ha dato vita a una galassia di startup plasmate, con la sola esclusione di Pay Pal, sul medesimo modello imprenditoriale e con core business estremamente avanzati e pionieristici, rimanendo perciò più esposto alla volubilità del contesto politico, culturale e psicologico nazionale e internazionale.

Di conseguenza, mentre i suoi colleghi fanno lobbing contro la nuova Amministrazione, sapendo che comunque questa battaglia non mette a repentaglio la loro sopravvivenza, il magnate sudafricano ha accettato l’incarico di consigliere del presidente, reputando con tutta probabilità l’attuale fase di transizione verso quel futuro immaginato 15 anni fa troppo delicata per permettersi il lusso di contemplare la prospettiva di un fallimento. Tieni vicini gli amici, ma ancor di più i nemici. Soprattutto se navighi in acque pericolose.

Enrico Mariutti, laureato in storia antica presso la Sapienza, ha conseguito un Master di II livello in Geopolitica e Sicurezza Globale; attualmente collabora con l’Istituto Alti Studi di Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG).

domenica 28 febbraio 2016

NUove Tecnologie

Unione europea
Addio al roaming? Sì, ma con giudizio
Antonio Scarazzini
29/10/2016
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La cancellazione delle tariffe sul roaming telefonico a partire da giugno 2017 è stato a lungo sventolata come il vessillo di un’Unione europea, Ue, vicina a interessi (e portafogli) dei cittadini, da contrapporre allo stigma di regina cattiva dell’austerità.

Eppure, già provata da un combinato disposto potenzialmente letale di Brexit, crisi bancarie ed emergenze migratorie, lo scorso settembre la Commissione europea ha seriamente rischiato di veder sfumare uno dei vanti della presidenza Juncker.

Nodo del contendere il contenuto dell’atto d’implementazione che la Commissione europea dovrà presentare entro il 15 dicembre prossimo per completare il regolamento, già approvato dal Parlamento europeo nell’ottobre 2015, che sancisce la rimozione delle tariffe sul roaming da giugno 2017.

La clausola di “fair use” e i rischi di distorsione del mercato 
Per godere di piena applicazione, i regolamenti dell’Ue richiedono sovente il completamento delle loro specifiche tecniche per il tramite di atti di implementazione elaborati dalla Commissione europea con la collaborazione di gruppi di esperti nazionali e delle agenzie deputate alla materia, in questo caso l’Associazione dei Regolatori europei per le telecomunicazioni (Berec).

Il regolamento 531 del 2012, che appunto disciplina la rimozione delle tariffe sul roaming, necessita di dettagliare la cosiddetta “fair use clause”, clausola che consente l’abbandono del roaming senza causare la distorsione del mercato interno.

Dal 15 giugno 2017 le compagnie telefoniche dovranno infatti includere nei loro contratti i servizi di roaming alle stesse tariffe offerte per il traffico nazionale per chiamate, messaggi e connessione dati.

A beneficiare delle nuove misure saranno i cittadini del Paese in cui è attivo l’operatore e coloro che con esso hanno legami stabili: studenti trasferiti all’estero per periodi di scambio, lavoratori “pendolari” (la Commissione cita ad esempio il caso di residenti francesi o tedeschi che si recano a lavorare in Lussemburgo) o cittadini che si trasferiscano per periodi prolungati in Paesi diversi di quelli di residenza.

L’inclusione di questa fattispecie mira a combattere il ricorso ad un cosiddetto “roaming permanente”, ossia lo scatenarsi di una battaglia tariffaria con il conseguente ricorso ad operatori di altri Paesi che offrano tariffe inferiori a quelle del Paese di residenza.

Nell’ultima versione dell’atto d’implementazione, che la Commissione ha presentato sul finire di settembre, il gruppo di lavoro ha dunque inserito tre criteri per verificare l’effettiva esistenza di pratiche abusive: la netta prevalenza di traffico in roaming rispetto a quello nazionale, la lunga inattività di una SIM che sia utilizzata esclusivamente in roaming e la sottoscrizione di abbonamenti multipli, utilizzati solo in roaming, da parte dello stesso utente.

La diatriba sui tetti al roaming
Questa formulazione, che dovrà essere discussa entro il prossimo 15 dicembre con il Berec, arriva in realtà al termine di una fase piuttosto turbolenta che ha rischiato di compromettere l’esito dell’intero regolamento.

La sua prima versione, presentata agli inizi di settembre, includeva una combinazione di tetti di utilizzo del roaming e di tariffe applicate una volta superati: 30 giorni di utilizzo roaming consecutivo, 90 complessivi in un anno, e conseguenti tariffe di 4 centesimi al minuto per chiamata, 1 centesimo per SMS e 0,85 centesimi per Megabyte utilizzato.

“Chi di noi viaggia in Europa lo fa in media per 12 giorni all’anno. Con un tetto di 90 giorni risulta ampiamente coperto” le giustificazioni addotte dal vice-presidente per il Mercato unico digitale, Andrus Ansip, e del commissario per l’economia digitale, Günther Oëttinger. Parole che hanno avuto scarsissimo appeal di fronte alla semi-insurrezione di popolo che, a soli quattro giorni dalla presentazione della proposta, ha convinto Jean Claude Juncker ad ordinare il ritiro della bozza.

Piena soddisfazione dell’Associazione europea dei consumatori, e del Parlamento europeo che, dichiara il capogruppo del partito popolare europeo, Manfred Weber, a Politico Europe, è stato decisivo nel fare pressione su Juncker per evitare che i piani per il roaming deragliassero a un passo dall’arrivo.

Insoddisfazione da parte degli operatori di telecomunicazioni europei che, per tramite della loro federazione europea Etno, lamentavano già come la soglia di 90 giorni all’anno fosse troppo alta per definire un uso equo del nuovo principio “roam-like-at-home”.

La strategia per un’Europa “connessa” non si frena
Le negoziazioni con Berec e gli esperti nazionali proseguiranno sino a dicembre: eliminati i tetti temporali, rimangono invece in piedi nella stessa misura le tariffe supplementari da applicare qualora gli operatori rilevino la presenza dei criteri di abuso delle nuove condizioni prima menzionati.

Le ultime turbolenze non sembrano dunque poter frenare il completamento del primo, e politicamente più importante, pilastro della strategia per un’Europa “connessa” che la Commissione aveva già lanciato nel 2013, per avviare un processo di integrazione dei mercati delle telecomunicazioni, per tradizione arroccati sui loro campioni nazionali e profondamente divergenti in termini di costi.

Un esempio? Secondo uno studio della Commissione del 2015, il pacchetto telefonico più economico può variare dai 12 euro in Estonia agli 81 della Grecia.

Antonio Scarazzini è Analyst presso la Cattaneo Zanetto&Co e direttore di Europae-Rivista di Affari europei.

venerdì 5 febbraio 2016

Quinto continente e la Potenza Responsabile

Cina
Pechino e la difesa dell’interesse nazionale nei mari lontani
Eleonora Ardemagni
07/03/2016
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In un sistema internazionale contraddistinto da minacce ibride e multidirezionali, la Cina sta rielaborando il proprio concetto di sicurezza, esplorandone la natura polisemica.

Nuove ambizioni di rango e crescente integrazione economica globale si fondono: la “grande potenza responsabile”, primo contributore di caschi blu per le missioni di peacekeeping, è così chiamata a ricalibrare la sua visione olistica, come esplicitato a partire dal libro bianco del 2013 su L’impiego diversificato delle Forze Armate della Cina.

Il regional security complex di Aden e la diplomazia militare cinese
Quest’evoluzione dottrinale trova manifestazione politica in un teatro marittimo impervio: il regional security complex di Aden, fra Yemen e Somalia. È in questo quadrante che Pechino sta sperimentando l’espansione del concetto di sicurezza, non più sola “difesa dei mari vicini”, ma anche “protezione dei mari lontani”, dove la sicurezza marittima diviene sicurezza energetico-economica, fino a comprendere la difesa dei lavoratori cinesi espatriati.

Pertanto, nella subregione di Aden, le “operazioni militari diverse dalla guerra” - nel caso di specie peacekeeping, anti-pirateria, evacuazioni di civili - non sono semplici esercizi volti all’acquisizione di un’essenziale esperienza nella proiezione di forza militare all’estero, ma effettivi strumenti di difesa dell’interesse nazionale. Il microcosmo sociale di Aden è vischioso e caratterizzato dal collasso delle sovranità statuali.

Il regional security complex di Aden mette infatti in relazione la regione sudarabica e il Corno d’Africa: le dinamiche di sicurezza presenti in quest’area sono interrelate a tal punto da non potere essere analizzate separatamente.

La crescente rivalità tra sauditi e iraniani in Yemen potenzia il legame geopolitico esistente fra Golfo di Aden e Golfo Persico/Arabico. L’interdipendenza fra i network tribali dello Yemen e quelli clanici della Somalia accentua l’entropia di quest’area, spingendo gli studiosi ad adottare un nuovo modello di analisi delle dinamiche locali, basato sulla transnazionalità dei flussi, in primo luogo umani.

La Cina al tavolo delle potenze del Golfo
La Cina è fortemente interessata alla stabilità del regional security complex di Aden per almeno tre ragioni: i forti rapporti energetico-economici con il Golfo, la libertà di navigazione nello stretto del Babel-Mandeb (e relativo contrasto alla pirateria), la proiezione economica in Africa orientale, anche mediante forme di diplomazia militare.

I fenomeni della globalizzazione e il relativo disimpegno statunitense in Medio Oriente hanno consentito a Pechino di rafforzare rapporti diplomatico-commerciali con le monarchie del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), anzitutto a tutela delle necessità energetiche interne: secondo la Energy Information Administration, nel 2014 il 26% del greggio importato dalla Cina proveniva da Arabia Saudita e Oman.

L’Arabia Saudita, frustrata dal riavvicinamento fra Washington e Teheran su dossier nucleare e lotta al cosiddetto Califfato, guarda sempre più a est per diversificare la propria rete di partnership internazionali.

Riyadh, firmataria di un accordo di cooperazione sul nucleare civile con Pechino (2012), punta a incrementare le forniture militari e a rafforzare i legami con la Cina nel campo della sicurezza, pur rimanendo cosciente dell’indispensabilità dell’ombrello di difesa statunitense.

Anche con l’Iran Pechino coltiva una relazione stretta: l’obiettivo della diplomazia cinese è massimizzare i benefici dell’interazione parallela con le sponde rivali del Golfo, come testimoniato dalla compresenza di Arabia Saudita e Iran nella Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture (Aiib).

Interessi energetici e missioni anti-pirateria congiunte
Dati i forti interessi energetici nella regione, la stabilità dell’area di Aden è essenziale: unità della Marina cinese sono qui dispiegate dal 2008 in missione anti-pirateria e la presenza di numerose operazioni internazionali (tra cui la Combined Task Force 151, Ocean Shield della Nato e Atalanta-Eunavfor dell’Unione europea) ha in effetti contribuito alla sensibile riduzione delle incursioni tra Aden e le acque somale.

La condivisione degli obiettivi fra Usa, Nato, Ue e Cina ha qui permesso un gioco a somma positiva, evidenziato dal buon funzionamento del meccanismo Shade (Shared Awareness and Deconfliction). Nel novembre 2015, Cina e Nato hanno svolto nel Golfo di Aden le prime esercitazioni congiunte anti-pirateria.

L’impegno cinese a contrasto della pirateria offre anche nuove opportunità di proiezione economica in Africa orientale. Al di là degli investimenti in concessioni di terreni e risorse naturali, Pechino sta promuovendo iniziative economiche con significativi risvolti in campo marittimo, tese a potenziare le infrastrutture ferroviarie e portuali della costa africana, in chiave commerciale (si veda, ad esempio, la costruzione del porto di Lamu in Kenya).

Cinesi equilibristi fra sauditi e iraniani
In questo contesto la Cina compete con Turchia, monarchie del Golfo, Iran e India. Il conflitto yemenita destabilizza tuttavia l’intero quadrante: nato come scontro interno fra centro e periferia, si è trasformato in epicentro della rivalità regionale fra Arabia Saudita e Iran.

In questa cornice, la Cina ha da subito cercato di mantenere una posizione di equidistanza fra i patron sauditi e iraniani: Pechino ha votato la risoluzione n. 2216 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, che chiede il ritiro delle milizie sciite, sostenute da Teheran, dalle aree occupate, pur invitando Riyadh e Abu Dhabi a fermare i bombardamenti della coalizione sunnita.

Spingendosi ai limiti del “coinvolgimento creativo”, la Cina ha avviato contatti diplomatici con Ansarullah (il movimento degli huthi, gli insorti sciiti zaiditi del nord) e, al contempo, ha dissuaso il Pakistan dall’intervenire militarmente, come invece richiesto dai sauditi.

Anche sul caso del religioso sciita Nimr Al-Nimr, giustiziato dall’Arabia Saudita nel gennaio 2016, i cinesi hanno optato per un equilibrismo diplomatico: il vice ministro degli esteri Zhang Ming si è recato in entrambe le capitali rivali del Golfo, auspicando una de-escalation della tensione.

La scelta di Gibuti come sede della prima base militare permanente della Rpc all’estero rimarca la centralità del quadrante di Aden. Le due operazioni di evacuazione di lavoratori cinesi dallo Yemen effettuate dalla Marina militare di Pechino (122 cittadini imbarcati da Aden il 29 marzo, 449 da Hodeida il 30 dello stesso mese) hanno enfatizzato la necessità, a fronte di crescenti interessi economici, di un “appoggio logistico” nell’area.

La questione yemenita agli occhi di Pechino
Stabilizzare la città yemenita di Aden, porto commerciale proteso su Corno d’Africa e Oceano Indiano, rientra dunque nell’orizzonte strategico cinese. Lo Yemen esporta circa 1,5 milioni di barili di petrolio ogni mese dal terminal di Masila (Hadramout), con principale destinazione la Cina: nel primo bimestre del 2015, l’import cinese di greggio yemenita è addirittura aumentato del 315% rispetto allo stesso periodo del 2014.

D’altro canto, le vie d’acqua che circondano lo Yemen si trovano nel mezzo della cosiddetta Via della seta marittima del XXI secolo, iniziativa centrale per la politica estera cinese delineata dal presidente XiJinping nel 2013, in parte per controbilanciare il pivot to Asia statunitense. Ecco perché la protezione di determinati mari lontani equivale, oggi, per la Cina, alla difesa dello stesso interesse nazionale.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente, collaboratrice di Aspenia, ISPI, Limes, Storia Urbana. Gulf analyst per la Nato Defense College Foundation. Autrice di “United Arab Emirates' Armed Forces in the Federation-Building Process: Seeking for Ambitious Engagement”, International Studies Journal 47, vol.12, no.3, Winter 2016, pp.43-62.
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giovedì 21 gennaio 2016

L'ONU: i nuovi obiettivi "millennium"

Obiettivi del millennio 
L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile
Lorenzo Vai
17/01/2016
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Anno nuovo, obiettivi del millennio nuovi. Almeno per l’Onu che s’imbarca nuovamente nell’avventura iniziata al sorgere del nuovo millennio, quando lanciò, in pompa magna, la Dichiarazione del Millennio.

Questo il nome ambizioso che 193 Stati diedero a una lista di obiettivi, altrettanto ambiziosi, tesi alla crescita dei paesi in via di sviluppo, Pvs, e al generale miglioramento delle condizioni di vita di centinaia di milioni di persone.

Obiettivi che avevano una data di scadenza, il 31 dicembre 2015. Piuttosto che festeggiare per i successi ottenuti negli ultimi 15 anni, l’Onu si è rimessa al lavoro dandosi nuovi obiettivi per ottenere i risultati mancati e migliorare quelli conquistati.

Mdg, lotta alla povertà e alle sue conseguenze
La lista degli obiettivi presentati a inizio secolo, i Millennium Development Goals, Mdg, si focalizzava su otto azioni, ritenute prioritarie nella lotta alla povertà e alle sue conseguenze: lo sradicamento della povertà estrema e della fame nel mondo; l’universalità dell’istruzione primaria; la promozione della parità di genere e dell’autonomia delle donne; la riduzione della mortalità infantile; la riduzione della mortalità materna; la cura dell’Hiv/Aids, della malaria e di altre malattie; la garanzia di una sostenibilità ambientale; la creazione di un partenariato mondiale per lo sviluppo.

Ogni azione contava un numero di sotto-obiettivi specifici, il cui progresso o raggiungimento è stato valutato sulla base degli indicatori offerti dalle diverse agenzie Onu ed organizzazioni internazionali coinvolte. Un’opera di valutazione tutt’altro che semplice, resa ancora più complessa dalla diffusa penuria di dati attendibili che contraddistingue molti Pvs.

Bicchiere mezzo pieno
Dopo quindici anni il bicchiere appare mezzo pieno. Secondo il rapporto finale pubblicato dall’Onu nel luglio del 2015, i Mdg hanno dato vita al movimento di lotta alla povertà di maggior successo della storia, un’iniziativa che è riuscita a conseguire circa metà degli obiettivi (alcuni tra i più significativi, come dimezzare rispetto al 1990 la percentuale di popolazione che vive in estrema povertà e che soffre la fame, o ridurre di due terzi la mortalità infantile), sfiorando in molti casi - a seconda delle regione geografica considerata - il raggiungimento dell’altra metà (sull’istruzione primaria, l’uguaglianza di genere e la salute materna c’è ancora da lavorare).

Progressi incompleti, ma significativi, che proprio a partire dall’anno 2000 hanno iniziato a registrare un’evidente accelerazione, al pari di un sensibile aumento degli aiuti allo sviluppo da parte dei paesi più ricchi. Insomma, un bicchiere non colmato fino all’orlo (gli obiettivi si pongono volutamente in alto), ma che sarebbe stato impossibile da riempire se non fosse stato neppure messo sul tavolo.

Sustainable Development Goals
È tempo quindi di festeggiare per i successi? No, nel 2016 toccherà rimettersi al lavoro per ottenere i risultati mancati e migliorare quelli conquistati. I nuovi diciassette Sustainable Development Goals, Sdg, che l’Assemblea generale dell’Onu si è data lo scorso settembre ampliano il campo d’azione rivolgendosi questa volta a tutti i paesi (non solo ai Pvs) ed alzando gli obiettivi rispetto alla precedente iniziativa.

L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, sin dal nome, cercherà di dedicare più attenzione alle questioni ambientali, ritenute ormai da tutti gli Stati di primaria importanza nell’assicurare le premesse per un futuro di pace e prosperità, come ha anche testimoniato il buon esito - per ora sulla carta - della recente conferenza sul clima di Parigi.

Se nel 2015 tante cose sono cambiate nel mondo rispetto all’inizio del secolo, a partire dal ruolo e dalla centralità dell’Onu, la più grande sfida posta al perseguimento degli Sdg rimane sempre la stessa, la sincera volontà ed il genuino impegno da parte dei governi di tutti gli Stati. Una banalità, certo, ma più che mai veritiera dinnanzi a un accordo solenne, ma non vincolante, qual è l’Agenda 2030.

Un ostacolo politico a cui vanno aggiunti i problemi di coordinamento tra le agenzie nazionali e internazionali e i rispettivi programmi per lo sviluppo, la formulazione di obiettivi a volte troppo generici (ma così attraenti per l’opinione pubblica) e la conseguente difficoltà ad affermare progressi omogenei tra le diverse regioni del mondo, oltre all’acuirsi di molti teatri di crisi (senza pace non può esserci sviluppo).

Sono molti i punti che si prestano alle obiezioni di chi dubita dell’efficacia di queste iniziative globali, nonostante i risultati dei Mdg, nel lungo periodo, dimostrino il contrario.

Come l’Unione europea ha sperimentato sulla propria pelle nell’ultimo anno - decretato con un pizzico di ironia del destino “Anno europeo per lo sviluppo” - le precarie condizioni di stabilità e crescita di un paese sono sempre più interconnesse con il resto del mondo.

Il lavoro di un’organizzazione universale che si adoperi nella ricerca di uno sviluppo sostenibile che sia il più inclusivo e partecipato possibile non è mai apparso tanto attuale e necessario. Per giudicarlo però si è ancora in anticipo.

Lorenzo Vai è è assistente di ricerca dello IAI e del Centro Studi sul Federalismo.
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lunedì 4 gennaio 2016

FAO: FORESTE PER FRONTEGGIARE FAME E POVERTA’

Massimo Coltrinari


Il XIV Congresso Mondiale sulle foreste, che si è chiuso il 12 settembre 2015 a Durban in Sud  Africa, organizzato con il sostegno della FAO, è arrivato alla conclusione che le foreste possono essere decisve per mettere fine alla povertà ed alla fame per la sicurezza alimentare per promuovere una agricoltura sostenibile per lottare contro il cambiamento climatico e per assicurare l’energia disponibile.
E’ stato elaborato un piano, adottato dopo una settimana di discussione, di come le foreste e la silvicoltura dovrebbero essere nel 2050. Tale piano afferma che le foreste del futuro saranno fondamentali per la sicurezza alimentare: gli alberi devono essere integrati con altri usi del suolo, come l’agricoltura, per affrontare le cause della deforestazione ed i conflitti per la terra. Inoltre la gestione sostenibile delle foreste deve essere una soluzione sostenibile per la ltta contro il cambiamento climatico ottimizzando la loro capacità di assorbire e immagazzinare carbonio fornendo anche altri servizio ambientali. Il piano prevede nuove patnerschip tra il settore forestale,agricoltura, la finanza, l’energia, l’acqua ed altri settori consimili oltre ad un forte impegno con i popoli indigeni e le comunità locali.