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del Cesvam - Centro Studi sul Valore Militare
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Oltre Blog di sviluppo per l'approfondimento della Geografia Politica ed Economica attraverso immagini, cartine, grafici e note.Atlante Geografico Statistico Capacità dello Stato.Parametrazione a 100 riferito all'Italia. Spazio esterno del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro. (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org) Riporta note sul metodo parametrale adottato, sia quello a 23 parametri che a quello a 100 parametri.
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Certamente, il ridimensionamento della quota globale assorbita dal mercato americano dell’auto elettrica, oggi terzo al mondo dopo Cina e Unione europea + Norvegia, ha inciso notevolmente sulle vendite di Tesla. Analisti indipendenti stimano in oltre 280.000 i veicoli elettrici venduti nel 2016 sul mercato cinese, di cui solo il 3% a marchio Tesla, con una crescita su base annuale del 27%, mentre le vendite sul mercato americano si sono attestate a circa 150.000 unità, di cui circa un terzo Tesla, ma con un tasso di crescita su base annua solamente dello 0,8%. La perdita del primato globale non è solo conseguenza di una ridistribuzione della domanda a livello internazionale, ma è legata anche al modello di business adottato dalla società di Palo Alto. Infatti, Tesla Motors è uno degli esempi più compiuti del fenomeno definibile come brandizzazione del progresso. Un successo nello spirito del tempo Sin dal principio la cifra del successo di Tesla Motors è stata di saper incarnare lo Zeitgeist, lo spirito del tempo. L’affermazione del neoliberismo, l’avvento della globalizzazione, la crisi del modello socialdemocratico e il crollo del blocco sovietico hanno aperto una fase storica in cui libertà, velocità, diversità, connettività ed esibizione sono diventate parole d’ordine e di cui i colossi dell’high tech sono stati i massimi artefici, i più devoti araldi e i principali beneficiari. Le linee eleganti, le prestazioni eccezionali, la filosofia ecosostenibile e open source, la dotazione tecnologica d’avanguardia, le innovative strategie di marketing e l’estro visionario del patron Elon Musk hanno reso le Tesla simboli di una way of life, della filosofia del benessere in cui, con ipocrisia e ingenuità, si rispecchia la nuova classe dirigente globale e globalista. Non è un caso che dal 2015 Tesla Motors sia al vertice della classifica delle società più innovative al mondo stilata da Forbes: l’azienda di Palo Alto non ha certamente puntato sui numeri, quanto piuttosto su una supremazia iconica. L’equilibrio sui cui si fonda il successo di un progetto così ambizioso è però estremamente complesso e per molti aspetti fragile. Come scriveva, infatti, oltre un secolo fa Georg Simmel, “In whatever empirical or transcendental sense the difference between objects and subjects is conceived, value is never a ‘quality’ of the objects, but a judgment upon them which remains inherent in the subject”. E, come ha ricordato più recentemente l’antropologo Arjun Appadurai, “demand is a socially regulated and generated impulse, not an artifact of individual whims or needs”. Il modello di business di Tesla Motors si colloca perciò al centro di un vasta rete simbolica, strutturato su più livelli e dimensioni. L’intelaiatura di questo network s’interseca e si fonde in più parti con i tradizionali capisaldi teorici e morali della civiltà occidentale, legando in profondità le prospettive industriali di Tesla Motors all’egemonia culturale e morale che questo sistema valoriale è in grado di esercitare sull’umanità. La nuova fase e la reazione californiana Nel corso del passato decennio, l’azienda californiana ha potuto contare sul terreno di coltura ideale per svilupparsi ed evolversi. Tanto l’estetica politica quanto le scelte programmatiche dell’Amministrazione Obama erano perfettamente complementari al modello socio-culturale cui fa riferimento Tesla Motors. La nuova Amministrazione sembra, invece, piuttosto lontana da quel sistema valoriale. L’esaltazione dell’eccezionalismo americano in contrapposizione all’internazionalismo, la repulsione nei confronti della divergenza e della diversità, l’insofferenza nei confronti dell’universalismo di matrice umanistica, la retorica violenta e divisiva che caratterizzano sinora la Presidenza Trump mettono in discussione le fondamenta concettuali dell’attuale egemonia morale e culturale occidentale e, di conseguenza, rappresentano una minaccia esistenziale per tutti i soggetti radicati in quell’ecosistema culturale e psicologico. Il neo-eletto presidente sembra non comprendere che sulla condivisione di quel sistema valoriale i colossi dell’high tech, e non solo loro, hanno fondato business da centinaia di miliardi di dollari. Le big corp californiane appaiono infatti sul piede di guerra. Ma Google, Facebook o Amazon sono aziende con dimensioni molto più grandi e ramificazioni molto più vaste di Tesla: nel corso degli ultimi anni, hanno assunto la forma di conglomerati, con attività diversificate e spalmate in più segmenti e su più livelli della Catena del Valore Globale. Elon Musk, al contrario, ha dato vita a una galassia di startup plasmate, con la sola esclusione di Pay Pal, sul medesimo modello imprenditoriale e con core business estremamente avanzati e pionieristici, rimanendo perciò più esposto alla volubilità del contesto politico, culturale e psicologico nazionale e internazionale. Di conseguenza, mentre i suoi colleghi fanno lobbing contro la nuova Amministrazione, sapendo che comunque questa battaglia non mette a repentaglio la loro sopravvivenza, il magnate sudafricano ha accettato l’incarico di consigliere del presidente, reputando con tutta probabilità l’attuale fase di transizione verso quel futuro immaginato 15 anni fa troppo delicata per permettersi il lusso di contemplare la prospettiva di un fallimento. Tieni vicini gli amici, ma ancor di più i nemici. Soprattutto se navighi in acque pericolose. Enrico Mariutti, laureato in storia antica presso la Sapienza, ha conseguito un Master di II livello in Geopolitica e Sicurezza Globale; attualmente collabora con l’Istituto Alti Studi di Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG). |
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Eppure, già provata da un combinato disposto potenzialmente letale di Brexit, crisi bancarie ed emergenze migratorie, lo scorso settembre la Commissione europea ha seriamente rischiato di veder sfumare uno dei vanti della presidenza Juncker. Nodo del contendere il contenuto dell’atto d’implementazione che la Commissione europea dovrà presentare entro il 15 dicembre prossimo per completare il regolamento, già approvato dal Parlamento europeo nell’ottobre 2015, che sancisce la rimozione delle tariffe sul roaming da giugno 2017. La clausola di “fair use” e i rischi di distorsione del mercato Per godere di piena applicazione, i regolamenti dell’Ue richiedono sovente il completamento delle loro specifiche tecniche per il tramite di atti di implementazione elaborati dalla Commissione europea con la collaborazione di gruppi di esperti nazionali e delle agenzie deputate alla materia, in questo caso l’Associazione dei Regolatori europei per le telecomunicazioni (Berec). Il regolamento 531 del 2012, che appunto disciplina la rimozione delle tariffe sul roaming, necessita di dettagliare la cosiddetta “fair use clause”, clausola che consente l’abbandono del roaming senza causare la distorsione del mercato interno. Dal 15 giugno 2017 le compagnie telefoniche dovranno infatti includere nei loro contratti i servizi di roaming alle stesse tariffe offerte per il traffico nazionale per chiamate, messaggi e connessione dati. A beneficiare delle nuove misure saranno i cittadini del Paese in cui è attivo l’operatore e coloro che con esso hanno legami stabili: studenti trasferiti all’estero per periodi di scambio, lavoratori “pendolari” (la Commissione cita ad esempio il caso di residenti francesi o tedeschi che si recano a lavorare in Lussemburgo) o cittadini che si trasferiscano per periodi prolungati in Paesi diversi di quelli di residenza. L’inclusione di questa fattispecie mira a combattere il ricorso ad un cosiddetto “roaming permanente”, ossia lo scatenarsi di una battaglia tariffaria con il conseguente ricorso ad operatori di altri Paesi che offrano tariffe inferiori a quelle del Paese di residenza. Nell’ultima versione dell’atto d’implementazione, che la Commissione ha presentato sul finire di settembre, il gruppo di lavoro ha dunque inserito tre criteri per verificare l’effettiva esistenza di pratiche abusive: la netta prevalenza di traffico in roaming rispetto a quello nazionale, la lunga inattività di una SIM che sia utilizzata esclusivamente in roaming e la sottoscrizione di abbonamenti multipli, utilizzati solo in roaming, da parte dello stesso utente. La diatriba sui tetti al roaming Questa formulazione, che dovrà essere discussa entro il prossimo 15 dicembre con il Berec, arriva in realtà al termine di una fase piuttosto turbolenta che ha rischiato di compromettere l’esito dell’intero regolamento. La sua prima versione, presentata agli inizi di settembre, includeva una combinazione di tetti di utilizzo del roaming e di tariffe applicate una volta superati: 30 giorni di utilizzo roaming consecutivo, 90 complessivi in un anno, e conseguenti tariffe di 4 centesimi al minuto per chiamata, 1 centesimo per SMS e 0,85 centesimi per Megabyte utilizzato. “Chi di noi viaggia in Europa lo fa in media per 12 giorni all’anno. Con un tetto di 90 giorni risulta ampiamente coperto” le giustificazioni addotte dal vice-presidente per il Mercato unico digitale, Andrus Ansip, e del commissario per l’economia digitale, Günther Oëttinger. Parole che hanno avuto scarsissimo appeal di fronte alla semi-insurrezione di popolo che, a soli quattro giorni dalla presentazione della proposta, ha convinto Jean Claude Juncker ad ordinare il ritiro della bozza. Piena soddisfazione dell’Associazione europea dei consumatori, e del Parlamento europeo che, dichiara il capogruppo del partito popolare europeo, Manfred Weber, a Politico Europe, è stato decisivo nel fare pressione su Juncker per evitare che i piani per il roaming deragliassero a un passo dall’arrivo. Insoddisfazione da parte degli operatori di telecomunicazioni europei che, per tramite della loro federazione europea Etno, lamentavano già come la soglia di 90 giorni all’anno fosse troppo alta per definire un uso equo del nuovo principio “roam-like-at-home”. La strategia per un’Europa “connessa” non si frena Le negoziazioni con Berec e gli esperti nazionali proseguiranno sino a dicembre: eliminati i tetti temporali, rimangono invece in piedi nella stessa misura le tariffe supplementari da applicare qualora gli operatori rilevino la presenza dei criteri di abuso delle nuove condizioni prima menzionati. Le ultime turbolenze non sembrano dunque poter frenare il completamento del primo, e politicamente più importante, pilastro della strategia per un’Europa “connessa” che la Commissione aveva già lanciato nel 2013, per avviare un processo di integrazione dei mercati delle telecomunicazioni, per tradizione arroccati sui loro campioni nazionali e profondamente divergenti in termini di costi. Un esempio? Secondo uno studio della Commissione del 2015, il pacchetto telefonico più economico può variare dai 12 euro in Estonia agli 81 della Grecia. Antonio Scarazzini è Analyst presso la Cattaneo Zanetto&Co e direttore di Europae-Rivista di Affari europei. |
| Cina Pechino e la difesa dell’interesse nazionale nei mari lontani Eleonora Ardemagni 07/03/2016 |
| Obiettivi del millennio L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile Lorenzo Vai 17/01/2016 |
(informazioni: cervinocause@libero.it
email in data 12 giugno 2015)
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| Oggetto Newsletter : Elezioni israeliane, pirateria in Libia, costi della difesa | |
| Newsletter n° 368 , 16 marzo 2015 | |
Israele alle urne: si preannuncia un testa a testa fra Likud e Unione sionista
per il rinnovo della Knesset, nelle elezioni generali di martedì 17.
Un governo di coalizione appare, come quasi sempre in Israele,
inevitabile: cruciali potrebbero essere i voti dei partiti arabi.
La ricerca di un'intesa politica in Libia, intanto,
prosegue, mentre nel Mediterraneo l'Italia avvia
le esercitazioni della Marina. Con un occhio al contenimento
delle spese della difesa.
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| Oggetto Newsletter : Negoziato in Libia, elezioni in Egitto, rapporti Israele-Usa | |
| Newsletter n° 367 , 9 marzo 2015 | |
La diplomazia gioca le sue ultime carte nel ginepraio libico.
Il negoziato di Rabat fra le opposte fazioni al potere a Tobruk
e Tripoli lascia intravedere all'orizzonte la soluzione politica
di un governo di unità nazionale, sponsorizzata dall'Occidente.
L'interventista Egitto, intanto, deve fare i conti con il rinvio
delle consultazioni casalinghe e il perdurante vuoto legislativo,
mentre Netanyahu sposta la campagna elettorale israeliana
sul palcoscenico globale. Intanto la crisi ucraina impone all'Ue
una strategia comune, dietro ad Angela Merkel.
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IL COLTRINARI ATLANTE SI COMPONE DELLE SEGUENTI PARTI GEOSTRATEGICO EUROPA ITALIA ASIA MEDIORIENTE AFRICA AMERICHE OCEA...