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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Il medoto di ricerca ed analisi adottato è riportato su
www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
Vds. post in data 30 dicembre 2009 seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al medesimo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

Ricerche e Tesi di Laurea e di Dottorato

L'utilizzo dei dati di questo blog può essere più proficuo tenendo presente il volume di M. Coltrinari, L. Coltrinari, La Ricostruzione e lo studio di un avvenimento militare, Roma, edizione nuovacultura, 2009, nelle parti:
Capitolo II, b. La tecnica procedurale
Capitolo IV, a. La documetazione a Corredo
Alegato. Schema per una tesi di Laurea o di dottorato
a. L'attività concettuale
b. L'attività gestionale
c. L'attività esecutiva
(ulteriori informazioni scrivere alla email ricerca23@libero.it, )
Il volume è disponibile in tutte lelibrerie e presso la Casa Editrice, Nuova Cultura, al sito www.nuovacultura.it

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venerdì 25 ottobre 2013

Asia-Pacifico: il riequilibrio

L’India, parzialmente affrancata dalle limitazioni di carattere politico ed economico che pregiudicavano le possibilità di espandere la sua influenza e interessata alla propria sicurezza strategica, è naturalmente portata a focalizzare l’attenzione sull’Oceano Indiano e sulle questioni regionali. Oggi la maggiore preoccupazione del paese è da rintracciarsi nel timore dell’ascesa cinese, cui Nuova Delhi cerca di opporre una nuova strategia regionale e un rafforzamento dei rapporti con gli Stati Uniti. Politica evidentemente gradita a Washington, il cui interesse nel recuperare in Asia il ruolo di attore di riferimento in chiave anti-cinese è ormai manifesto e ampiamente confermato.
La “dottrina marittima” del 2007 sottolinea il ruolo centrale che il pensiero strategico indiano assegna all’Oceano Indiano e la determinazione di esercitare una certa influenza sull’intera regione. Per ottenere maggiore spazio e autonomia, Nuova Delhi è impegnata da qualche anno a sviluppare le sue forze navali ed aeree, così come a siglare con i paesi dell’Oceano Indiano e del sud-est asiatico accordi che includano migliori condizioni commerciali, esercitazioni militari congiunte, aiuti allo sviluppo e cooperazione energetica in vista della costruzione di nuove infrastrutture. Il paese si è impegnato – oltre che nel migliorare le relazioni con gli Stati Uniti – ad assicurarsi il controllo dei vari varchi d’accesso all’Oceano Indiano coltivando i rapporti con i paesi adiacenti alle aree di transito strategico: per esempio lo Stretto di Hormuz che ha spinto l’India ad approfondire negli anni i rapporti con il governo iraniano, e gli Stretti di Singapore e Malacca che hanno portato rispettivamente ad un avvicinamento con Singapore e la Thailandia.
Tra la Thailandia e l’India fu creata un’area di libero scambio già nel 2003 e da allora le relazioni tra i due paesi si sono sviluppate anche grazie alle crescenti preoccupazioni di Bangkok per la presenza di militanti islamici nel sud del paese. Ufficiali dell’intelligence di entrambi i paesi hanno avviato una collaborazione fatta d’intensificazione dei contatti e di coordinamento tra le forze armate in relazione all’area dello Stretto di Malacca. È plausibile credere che Bangkok guardi con interesse all’ascesa dell’India, essendo storicamente contraria a che singole potenze – ci riferiamo principalmente alla Cina – conquistino una posizione d’incontrastata egemonia nella regione. È da iscrivere in questo quadro il sostegno accordato dal governo thailandese al tentativo indiano – recentemente rafforzato – di ritagliarsi nel Myanmar un’area d’influenza potenzialmente competitiva per Pechino.
Dato fondamentale per comprendere i movimenti indiani in questo senso è l’impegno del paese nella creazione di nuovi raggruppamenti regionali, tra cui il peso maggiore va probabilmente riconosciuto alla BIMSTEC (Bay of Bengal Initiative for Multi-Sectoral Technical and Economic Cooperation – Iniziativa del Golfo del Bengala per la cooperazione tecnica ed economica multisettoriale). La BIMSTEC è un organismo internazionale, costituito nel luglio 2004, di cui sono membri Bangladesh, Myanmar, Sri Lanka, Bhutan, Nepal, India e Thailandia. All’interno dell’organismo gli ultimi due paesi menzionati ricoprono indubbiamente un ruolo trainante di primaria importanza. La BIMSTEC mira a combinare la politica “Look West” della Thailandia con la “Look East” dell’India, e potrebbe rappresentare per Nuova Delhi uno strumento fondamentale di cooperazione e sicurezza regionale.
Rispetto alle relazioni del governo indiano con il vicino thailandese, si è registrato a partire dal 2011 un incremento significativo di contatti ed il reale consolidamento dei rapporti bilaterali pre-esistenti. L’India e la Thailandia hanno cooperato in relazione a piattaforme molto differenti, privilegiando interazioni che vedessero coinvolte le principali organizzazioni multilaterali dell’area: ASEAN, Est Asia Summit e BIMSTEC. La prova più evidente della reciproca cooperazione è stata la conclusione, il 30 maggio 2013, del trattato che garantisce una base legislativa per l’estradizione legale di soggetti ricercati e coinvolti in attività terroristiche, crimini internazionali e reati di natura economica e patrimoniale. Il trattato è stato esplicitamente accolto come il segnale della ferma volontà dei due paesi di estendere e rafforzare le proprie agenzie, creando una base legislativa su cui esercitare la collaborazione bilaterale. Altro segnale di rilievo è la firma di un ulteriore trattato tra l’unità indiana d’intelligence finanziaria e l’analoga organizzazione thailandese. L’accordo permetterà lo scambio d’informazioni strategiche riguardanti il riciclaggio di denaro e il finanziamento ad attività terroristiche.
I legami che i due paesi hanno progressivamente stretto tra loro sembrano iscriversi in un quadro ben delineato, che passa attraverso i recenti mutamenti politici dei paesi vicini e gli interessi di entrambi i governi nella costruzione d’infrastrutture che facilitino i commerci e salvaguardino il perdurare delle condizioni di sicurezza nell’area. Il punto focale delle future relazioni tra Bangkok e Nuova Delhi riguarderà probabilmente gli accordi per realizzare nuovi corridoi di transito lungo la linea che collega India e Thailandia attraverso il Myanmar.
Agli accordi già citati va aggiunto l’interesse espresso da entrambi i governi nel perseguire una più stretta collaborazione delle industrie strategiche e di difesa negli ambiti di rispettivo interesse. L’apertura indiana su una possibile cooperazione in questo settore è stata espressa dal ministro della difesa A.K. Antony nel corso della sua recente visita in Thailandia. Durante l’incontro sono state analizzate le condizioni di sicurezza dell’area e gli attuali punti critici, nonché ribadita la necessità d’implementare ogni forma di collaborazione che possa garantire stabilità, sicurezza regionale e libertà delle navigazioni. L’impegno indiano in questo senso, ossia quello di ridisegnare una stabile e influente presenza regionale, ha inoltre spinto il governo di Nuova Delhi ad avviare più strette relazioni anche con l’Australia. Gli accordi di cooperazione tra India e Thailandia avranno probabilmente ripercussioni tanto in chiave internazionale quanto rispetto agli sviluppi dei diversi equilibri regionali.
Come già accennato, una spinta a stringere le relazioni con il vicino indiano è venuta, per la Thailandia, anche dalla necessità di trovare una soluzione ai conflitti che da anni investono il sud del paese. Il problema della guerriglia separatista islamica è una ferita aperta nella storia thailandese, nonostante i reiterati tentativi ad opera della stampa e degli ambienti governativi di minimizzare il problema. L’azione dei gruppi separatisti musulmani, in uno Stato a maggioranza buddista come la Thailandia, si concentra principalmente nella parte meridionale del paese, cioè nelle quattro province di Songkhla, Pattani, Yala e Narathiwat, al confine con la Malesia. Qui la popolazione di etnia malese non ha mai accettato pienamente la sovranità del governo thailandese e per decenni ha rivendicato una maggiore autonomia da Bangkok. Il gruppo separatista più attivo e ampiamente sostenuto dalla popolazione malese è il PULO (Pattani United Liberation Organization), fondato nel 1968 e dedito ad attività sia di propaganda politica che di guerriglia. Il governo thailandese accusa i gruppi separatisti di legami con il terrorismo internazionale e con altre organizzazioni islamiche, mentre la vicina Malesia è sospettata di finanziare e dare asilo agli insorti. Ad incoraggiare la possibilità di pace in Thailandia, nonché l’eventualità di giungere ad un accordo, c’è il compromesso raggiunto tra i gruppi separatisti islamici operanti nelle Filippine e il governo di Manila grazie alla mediazione della Malesia. Il governo thailandese ha inviato una delegazione a Kuala Lumpur per sondare la disponibilità della Malesia a impegnarsi in un secondo intervento pacificatore. Nell’ottica di garantire una positiva risoluzione del conflitto, l’accordo della Thailandia con l’India potrebbe avere una rilevanza tanto rispetto alla prevista collaborazione in materia di lotta al terrorismo di matrice islamica (problema che investe direttamente anche il governo di Nuova Delhi) quando in relazione all’accordo concluso sull’estradizione.
La strategia indiana ha poi una sua fondamentale importanza in previsione dei possibili riallineamenti futuri dell’area ed è collegata al confronto diretto ed indiretto tra Stati Uniti e Cina, nonché in relazione ad una sempre maggiore convergenza degli interessi di India e Stati Uniti nel consolidare le proprie relazioni.
Gli Stati Uniti sotto l’amministrazione Obama hanno rilanciato una serie di iniziative di cooperazione in Asia, in particolare nel Pacifico e con l’India. La presenza statunitense nella regione non è in realtà mai venuta meno, gli Stati Uniti sono infatti legati da un’alleanza militare con cinque paesi nell’area dell’Asia-Pacifico – Giappone, Corea del Sud, Australia, Filippine e Thailandia – ed hanno avviato un partenariato in materia di sicurezza anche con Singapore.
Il recente ritorno dell’interesse statunitense in Asia, parallelamente all’ascesa cinese, si presenta come un elemento chiave per comprendere i recenti cambiamenti di equilibrio nell’area e pongono inoltre delle sfide non secondarie agli Stati minori della regione.
Una necessità primaria, che si impone oggi a molti paesi asiatici, è quella di decidere se rinunciare o meno ad una politica estera volta a conservare buoni rapporti e mantenere una posizione equilibrata tra le due potenze, oppure schierarsi più apertamente al fianco di una delle due. Una scelta difficile e a sua volta legata all’evoluzione di almeno tre variabili: le modalità con cui Washington deciderà di consolidare la sua presenza regionale, la credibilità della politica di potenza annunciata dalla Cina di Xi Jinping, e in qualche caso il peso che assumeranno i singoli interessi nazionali nella definizione delle direttive di politica estera dei diversi paesi. Gli elementi che aiuteranno i paesi dell’area del Pacifico a valutare la credibilità dell’ascesa regionale della Cina di Xi Jinping non saranno naturalmente le sole dichiarazioni ufficiali, tra le quali riveste un peso particolare quella relativa alla trasformazione della Repubblica Popolare Cinese in una grande potenza marittima, ma anche e soprattutto l’attenzione che la nuovaleadership riserverà ai problemi economici e sociali di ordine interno. Se Pechino dovesse riuscire a raggiungere i suoi obiettivi e a risolvere i numerosi problemi interni, è probabile che qualsiasi scelta di riallineamento rispetto agli Stati Uniti ne uscirebbe penalizzata e molto indebolita. Un ulteriore rafforzamento della posizione cinese potrebbe porre delle problematiche non secondarie rispetto alla sicurezza regionale, visto che ormai da decenni permangono controverse rivendicazioni territoriali sulle isole del Mar Cinese Meridionale da parte di Pechino e dei paesi minori del sud-est asiatico; in molte delle aree oggetto di contesa è accertata la presenza d’importanti fonti di approvvigionamento energetico, oggi indispensabili per sostenere il crescente sviluppo economico della regione.
La questione energetica, va necessariamente considerata ed acquisisce particolare importanza per analizzare le azioni e le prospettive dei governi asiatici. Le maggiori controversie in tal senso sono legate alla volontà di mantenere ed implementare il controllo marittimo su aree di fondamentale rilevanza strategica per gli approvvigionamenti energetici e per lo sviluppo commerciale. Le regioni sulle quali si sviluppa questa partita sono principalmente due: lo Stretto di Malacca e il Mar Cinese Meridionale.
Passa dallo Stretto di Malacca più dell’80% delle importazioni cinesi di greggio, di conseguenza un qualsiasi blocco di questo nodo strategico causerebbe gravissimi danni all’economica cinese. Per scongiurare una simile eventualità il governo cinese si è impegnato nel corso degli anni ad elaborare strategie che permettessero maggiore autonomia rispetto allo Stretto. S’inseriscono in quest’ottica sia l’investimento cinese nel porto di Gwadar, in Pakistan, che potrebbe essere collegato con un oleodotto alla provincia cinese dello Xinjang, sia i tentativi d’investire in Mynamar e in Thailandia per realizzarepipeline ed infrastrutture che permettano ai traffici commerciali e ai collegamenti energetici di seguire percorsi alternativi alle vie marittime. Rispetto alla Thailandia vanno segnalati gli sforzi cinesi per portare a compimento un canale che attraversi l’Istmo di Kra, consentendo alle navi di evitare il passaggio per Malacca. Il progetto del canale garantirebbe alla Cina impianti portuali, magazzini e altre infrastrutture in Thailandia, volte a rafforzare l’influenza cinese nella regione. Le trattative per la realizzazione dell’opera sono in ogni caso sospese dal 2006.
Rispetto allo Stretto di Malacca, l’India intende stabilire la propria influenza nei confronti della rotta che va dal Golfo Persico all’Estremo Oriente. Il ruolo è garantito anche dall’impegno messo in campo dal governo indiano per rafforzare i rapporti multilaterali con le marine militari di paesi come Myanmar, Singapore, Indonesia, Vietnam, Thailandia, Malesia e Australia. L’ulteriore approfondimento delle relazioni con la Thailandia, cui si è affiancata la volontà di proseguire verso accordi strategici e di difesa, rafforza la posizione indiana nello Stretto, permettendo all’India di controllare potenzialmente un’area di vitale importanza per l’economia e gli interessi cinesi. L’accordo tra India e Thailandia va di pari passo con le recenti relazioni di quest’ultimo paese con gli Stati Uniti. Rapporti che si prefigurano come adempimento diretto della nuova strategia statunitense in Asia annunciata da Obama, e che si focalizzano sulla necessità di contenere l’ascesa cinese.
Le questioni relative al Mar Cinese Meridionale, sono se possibile anche più complesse. In passato l’India ha affrontato più volte diplomaticamente la Cina, responsabile del blocco ai danni delle esplorazioni indiane di gas e petrolio in prossimità della costa vietnamita. I diversi scontri/confronti diplomatici che si sono susseguiti nel corso degli anni hanno creato una situazione tesa tra Cina, Vietnam, Filippine, Brunei, Malesia e Taiwan, che si contendono territori e zone marittime in queste acque. Il Mar Cinese Meridionale è la rotta più breve per le linee di navigazione fra India e Cina e le rispettive periferie (Golfo Persico, Giappone e Corea). Su questo mare sono presenti due arcipelaghi oggetto di disputa territoriale da parte di tutti gli Stati coinvolti: le isole Paracel e Spratly. Tra le nazioni in esame, il Vietnam ha un ruolo di primo piano alla luce delle sue capacità militari, economiche e demografiche che potranno renderlo, in futuro, una (media) potenza regionale nell’ambito del sud-est asiatico.
L’Indonesia non ha contenziosi territoriali diretti: esiste una sovrapposizione tra le rivendicazioni con il Vietnam, ma i due governi si sono già dichiarati disponibili a risolvere il problema in modo pacifico tramite dialoghi interministeriali ed eventualmente con l’istituzione di una commissione ad hoc. I rapporti tra i due paesi sono molto forti sia per alcune somiglianze di carattere politico ed economico, sia per la presenza di una comune percezione nei confronti della Cina. Da sempre Jakarta compete con Pechino nel sud-est asiatico e le mire espansionistiche di quest’ultima si conciliano poco con le ambizioni indonesiane. I rapporti tra Vietnam e Indonesia sembrano in fase di progressivo rafforzamento e non è da escludere che questi due paesi non si avvicinino agli Stati Uniti acquistando un’importanza anche maggiore di Thailandia e Filippine. Infine, è da segnalare che, oltre agli Stati Uniti, anche l’Australia e l’India premono per una soluzione del contenzioso tendenzialmente a svantaggio di Pechino, sostenendo implicitamente le rivendicazioni degli altri paesi appena descritti e presentandosi agli stessi come possibili alleati in funzione anti-cinese.
Da quanto detto possiamo concludere che l’avvicinamento tra India e Thailandia, inserendosi all’interno di un più complesso contesto regionale, nonché al centro del confronto (in)diretto tra Stati Uniti e Cina, appare perfettamente coerente con la strategia statunitense e sembra preannunciare una possibile evoluzione di molti rapporti dell’area. Se gli Stati Uniti dovessero riuscire a portare a compimento un’efficace strategia di contenimento del gigante cinese, e se l’India riuscisse a diventare il fulcro di tale strategia, superando parte dei problemi interni che l’hanno fino ad ora limitata, molti paesi della regione sceglierebbero probabilmente di abbandonare la politica di “mediazione” tra le due grandi potenze contendenti, e potrebbero avviare una nuova politica estera di avvicinamento agli Stati Uniti ed agli alleati di Washington nella regione; eventualità che presenterebbe non poche incognite, ma anche degli “ostacoli” per la strategia cinese nell’area.

Marlène Mauro è laureanda in Relazioni Internazionali (Università degli Studi Roma Tre) e stagista del programma "Asia Meridionale" dell'IsAG.

lunedì 14 ottobre 2013

Il Volume dedicato a H.J. Mackinder

Halford John Mackinder: Dalla geografia alla geopolitica
Autore: Daniele Scalea
Editore: Fuoco Edizioni & IsAG, Roma 2013
Collana: Heartland – Collana di teoria e storia della geopolitica
Caratteristiche: 388 pagine, cartografie b/n di Lorenzo Giovannini, prefazioni di Tiberio Graziani e Alfredo Canavero
ISBN: 9-78889736368-2
Dalla quarta di copertina:
Halford J. Mackinder (1861-1947) è stato un uomo dalle molteplici carriere: geografo, è considerato il fondatore moderno della disciplina in Gran Bretagna; educatore, ha creato l’Università di Reading e consolidato la London School of Economics come suo secondo direttore; esploratore, è stato il primo uomo a scalare il Monte Kenya, la seconda vetta africana; politico, ha seduto in Parlamento e ricevuto diversi incarichi ufficiali, tra cui quello d’Alto Commissario britannico nella Russia Meridionale sconvolta dalla guerra civile. Malgrado una carriera così ricca e polivalente, Mackinder è però oggi noto principalmente come uno degli autori “classici” della geopolitica. La sua influenza su Karl Haushofer e la Geopolitik tedesca è ben nota, ma più o meno tutte le scuole strategiche del mondo sono state influenzate dagli scritti di Mackinder. Eppure, le opere su di lui sono scarse e in Italia quasi inesistenti, sicché sovente l’autore britannico è conosciuto indirettamente per tramite di vulgate banalizzanti. Questo libro, con l’ausilio di documenti d’archivio autografi di Mackinder e un’attenta analisi dei suoi scritti pubblicati, mira a colmare tale vuoto.
L’Autore:
Daniele Scalea è Direttore Generale dell’IsAG e Condirettore di “Geopolitica”. Halford John Mackinder è il suo terzo libro.
Per approfondire: [clic]
Per acquistare: [clic]

sabato 15 giugno 2013

Australia: sotto attacco cyber


Australia IDU53

Nel corso dell’ultima settimana di maggio sono stati divulgati dei report decisamente preoccupanti circa i risultati delle attività di cyberspionaggio di matrice cinese ai danni rispettivamente di Australia e Stati Uniti. Nel primo caso le autorità australiane hanno accertato che i piani di costruzione del nuovo quartier generale del servizio di sicurezza interna australiano (Australia Security Intelligence Organization – ASIO) sono stati compromessi da hacker cinesi che hanno attaccato i computer di un subappaltatore impossessandosi non solo del progetto dell’edificio, ma anche di tutte le mappe relative alla disposizione dei cablaggi e delle reti di comunicazione. Nel secondo, è stato reso noto un report del Defence Science Board statunitense al Presidente Obama che, pur non accusando apertamente la Cina, ha certificato la compromissione dei design costruttivi di poco meno di una trentina di sistemi d’arma americani tra i quali i mi! ssili Patriot, il sistema antibalistico AEGIS e l’F-35 Joint Strike Fighter. Questi due ultimi eventi hanno ulteriormente dimostrato la necessità dei Paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti, di rafforzare le proprie capacità di cyberwarfare sia in chiave difensiva che offensiva. Questo in un’ottica che vede ormai apertamente la Cina come primo nemico da contrastare. L’emblema di questo nuovo corso è rappresentato dalla dichiarazione del 1° Giugno, del Segretario alla Difesa americano Chuck Hagel, in cui ha chiaramente definito la minaccia di cyber attacchi come la sfida maggiore per le Forze Armate statunitensi ed i loro alleati, rimarcando come parte dei tentativi di intrusione sembrino provenire da ambienti legati al governo e alle Forze Armate cinesi.

venerdì 31 maggio 2013

Un Asteroide in avvicinamento verso a Terra

Allarme degli scienziati americani.Un asteroide di 2,7 km di larghezza si avvicinerà alla terrà venerdì, passando alla distanza di 5,8 milioni di km dal nostro pianeta che è circa 15 volte la distanza tra la terra e la luna.
Secondo l'osservatorio della Nasa, le probabilità che colpisca la Terra sono una su 4.550. Il che non garantisce che non arriverà. E bisogna anche considerare che il percorso orbitale dell'asteroide potrebbe variare e, quindi, dirigersi verso il nostro pianeta oppure allontanarsene definitivamente.
Tuttavia, il transito a distanza relativamente breve permetterà agli astronomi di studiare le caratteristiche dell’asteroide con i telescopi ad alta risoluzione: ciò consentirà non solo di meglio comprendere le origini dell’oggetto celeste, ma anche di migliorare la precisione dei dati orbitali in modo da prevederne la traiettoria futura e i potenziali rischi.

Le previsioni su quali oggetti possano in futuro rappresentare un pericolo è infatti molto difficile, così come ogni eventuale intervento dato lo scarso preavviso: a causa della bassa albedo (capacità di riflessione) della loro superficie gli asteroidi sono di norma virtualmente invisibili agli strumenti ottici a meno di non passare davanti a un corpo luminoso, e troppo piccoli per causare effetti gravitazionali osservabili.
La collisione di un asteroide di dimensioni significative (oltre 45 metri di diametro) è comunque un evento raro -circa tre ogni mille anni - ma potenzialmente in grado di causare gravi disastri naturali. Al momento la Nasa ha identificato cinque oggetti sufficientemente massicci da costituire un rischio e con una possibilità di collisione superiore a una su un milione: in particolare vengono tenuti d’occhio un asteroide del diametro di 130 metri con una probabilità su tremila di colpire la Terra nel 2048 e soprattutto “Apophis”, con una possibilità su 43mila di collisione nel 2029 e nei successivi passaggi del 2036, 2037 e 2069.

lunedì 6 maggio 2013

Conferenza al Planetario di Milano


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                      L'ORIGINE DELL'UNIVERSO
                  Una breve storia della Cosmologia 
               e alcune questioni riguardanti l'inizio
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                    Martedi' 7 maggio ore 21:00

                         Gabriele Gionti

              Specola Vaticana, Citta' del Vaticano
                      University of Arizona


Lo scopo di questo seminario e' di esporre uno sviluppo storico 
della cosmologia nella cultura occidentale fino ad arrivare ai 
giorni nostri con la teoria del Big Bang e le relative 
problematiche inerenti alle questioni di un inizio. 
A tale scopo si comincera' con il modello di cosmologia presente 
nella cultura dell'antica Grecia e quello presente nell'Antico 
Testamento (semitico). Poi si passera' al modello tolemaico fino 
al suo momento di crisi e all'apparire del modello copernicano e, 
quindi, i relativi risultati di Galilei. In seguito si vedra' come 
la nuova teoria di Newton ha introdotto una visione meccanicistica 
dell'Universo fino al modello cosmologico di Kant-Laplace. 
La successiva formulazione della Relativita' Generale di Einstein 
ha rivoluzionato i precedenti modelli cosmologici con la scoperta 
dell'evoluzione dell'universo (allontanamento delle galassie fra 
di loro). Si esamineranno quelle che furono le due teorie 
antagoniste: lo stato stazionario e il Big-Bang, evidenziando 
anche alcuni problemi, che tuttora esistono, connessi con la 
questione dell'inizio dell'universo.

mercoledì 23 gennaio 2013

SCO: può espandersi verso il Pacifico?


Il crescere costante delle tensioni nel mar Cinese Orientale e nel Mar Cinese Meridionale perla disputa di isolette e scoglio può far nascere l'ipotesi di una espansione, ancorchè in qualità di osservatori della SCO , e suoi possibili evoluzioni, verso il Pacifico sia centrale che meridionale. Si riporta una scheda che descrive la SCO nelle sue origini.

La Shanghai Cooperation Organization:  Organizzazione regionale di potenze globali.

A partire dal 1986 era stata avviata un’iniziativa di soluzione delle dispute di confine (conosciuta come l’iniziativa di Vladivostok, sostenuta da Gorbaciov). I negoziati proseguirono tra il 1991 e il 1994 tanto che si ebbe, il 26 aprile 1996, l’Accordo di Shanghai “sul rafforzamento delle misure di fiducia reciproca nelle aree di confine” (cd. Forum “Shanghai Five” con Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan). Il 24 aprile 1997 a Mosca si siglò un altro accordo “sulla riduzione reciproca delle forze militari nelle aree di confine”.
Successivamente, infine, si tennero i Vertici di Almaty e di Bishkek (3 luglio 1998 e 24-25 agosto 1999).

1. Lo sviluppo.

Nel 2001 il Forum diventa Organizzazione, con l’adesione dell’Uzbekistan, quale membro a pieno titolo.
Gli scopi perseguiti della neonata Organizzazione sono i seguenti:
·       promuovere la cooperazione attraverso i rapporti di buon vicinato e di collaborazione nei settori della vita sociale;
·       risolvere i contenziosi sorti lungo i 3.645 km di confine sino-russo e quelli con i Paesi dell’Asia Centrale ex sovietici;
·       combattere i “tre mali”: terrorismo, estremismo religioso e separatismo nella regione;
·       concorrere a costruire un nuovo ordine internazionale fondato sul multipolarismo in una concezione multipolare delle relazioni internazionali.
Lo spirito di Shangai è un insieme di fiducia reciproca, relazioni di buon vicinato con il desiderio di mettere in comune il meglio di ciascun Paese a favore di tutti gli altri.
Tutti i membri si impegnano reciprocamente a combattere qualsiasi forma di eversione dell’ordine statale e regionale in vista del mantenimento della pace, della sicurezza e della stabilità regionale che possa assicurare l’indipendenza reciproca, la sovranità territoriale, la non interferenza negli affari interni degli Stati membri, attraverso il rifiuto della minaccia o dell’uso della violenza.

2. Il Consolidamento.

Nel 2002, per volontà del presidente russo Putin, si forma il Gruppo di Contatto con l’Afghanistan, al fine di prendere in considerazione la realtà socio-politica afgana (che però non è mai decollato del tutto per la difficoltà di gestire  i rapporti con le Istituzione afgane).
Successivamente, la decisione di far partecipare India, Iran, Pakistan, Mongolia come osservatori permanenti, fornisce un nuovo impulso geopolitico al continente eurasiatico in forte ascesa economica e militare.
L’Organizzazione è andata progressivamente rafforzandosi in vari settori (lotta al terrorismo, sviluppo economico, sfruttamento delle risorse energetiche, ecc.) sino alla costituzione, nel 2004, di due strutture permanenti: una politica, con sede a Pechino, con al vertice il Segretario Generale ed una di sicurezza, con sede a Tashkent (capitale dell’Uzbekistan), rivolta al coordinamento delle iniziative di contrasto alle attività terroristiche ed al narco-business in Asia Centrale (la Struttura Regionale Anti-Terrorismo - RATS).
Nel 2005 con il Vertice di Astana le istituzioni si consolidano e i rapporti commerciali si intensificano. Durante tale vertice si chiede, inoltre, il ritiro delle truppe straniere dall’Afghanistan.
Cresce anche la cooperazione con altre organizzazioni regionali (ASEAN, EUSASEC e INTERPOL) nonché con l’UE e le Nazioni Unite.
Nel vertice di Shangai del 2006 si festeggiano i 5 anni dell’Organizzazione e si redige il bilancio dell’attività svolta, nonché si affrontano problematiche attinenti le prospettive future.

Gli osservatori partecipano ai vertici ed hanno un dialogo privilegiato con tutti i membri. Alcuni hanno anche chiesto di diventare membri a pieno titolo (Pakistan ed Iran).
I membri si definiscono tutti uguali ma chiaramente la presenza della Russia e della Cina mette questi due Paesi in una situazione di preminenza, tanto che l’Organizzazione è stata definita a composizione: 1+1+4 ovvero 2+4.
L’Organizzazione è composta da Paesi che ricoprono uno spazio di 32 milioni di Kmq corrispondenti ai 3/5 dell’area euroasiatica. Se si considerano le potenzialità del Club di Shanghai, esso raggruppa la metà della popolazione mondiale e dispone della metà delle riserve di gas e di petrolio del pianeta, e contestualmente unisce i Paesi più ricchi di risorse (come Russia, Iran, Kazakistan) ai Paesi in forte ascesa economica ma privi di risorse (Cina, India).
Nel febbraio del 2007 si sono riuniti a Tashkent (Uzbekistan), i rappresentati dei Paesi membri e i dirigenti di società energetiche per discutere i termini della realizzazione di un “Club dell’Energia” all’interno della Shanghai Cooperation Organization.
L’Organizzazione è orientata al consolidamento delle proprie strutture e sembra non avere intenzione di aggregare nuovi membri (in particolare l’Iran che è il membro che modificherebbe la natura e l’assetto dell’Organizzazione).
Nel 2008 si è tenuto il Vertice di Dushanbe (28 agosto 2008). L’Agenda è stata focalizzata sulla crisi in atto nel Caucaso. Nella dichiarazione finale del vertice sono stati sanciti diversi richiami alla “diplomazia preventiva” e pochi riferimenti alla crisi in argomento. Inoltre, sono stati sottolineate specifiche linee programmatiche circa il razionale utilizzo di acque e risorse energetiche a vantaggio di tutti i membri. L’Organizzazione, inoltre, si è dotata di un regolamento sullo status di “partner dialogue”. Per ciò che attiene alla crisi caucasica la dichiarazione finale richiama il ruolo pacificatore della Russia nell’area ed i membri, piuttosto che entrare nel merito della questione georgiana, hanno attaccato la conduzione della vicenda afgana, chiedendo l’intervento del Consiglio di Sicurezza per una nuova definizione del ruolo della missione in Afghanistan. L’Organizzazione rivolge la sua attenzione anche al campo militare. Annualmente vengono effettuate alcune esercitazioni congiunte. Le prime si sono tenute nel 2002 con la partecipazione di Cina e Kyrghizstan.  Alle attività esercitative prendono parte sempre più Paesi. Lo scenario delle operazioni è quello della simulazione di un attacco terroristico su vasta scala al quale tutti i Paesi reagiscono congiuntamente. L’esercitazione del 2005 è consistita in un’operazione militare navale. L’attività è sembrata una  sorta di dimostrazione di forza delle capacità che l’Organizzazione è in grado di esprimere anche in mare (la maggior parte dei Paesi della SCO, infatti, non hanno sbocco al mare).  Quest’anno l’esercitazione si è, invece, svolta presso un’azienda energetica di Volgograd (i Paesi membri hanno voluto mettere alla prova le proprie capacità nella protezione di una struttura energetica).

3. Considerazioni 
 La Shanghai Cooperation Organization ha costituito negli ultimi anni un importante strumento con cui la Russia e la Cina, che sono i principali attori dell'Organizzazione,  hanno inteso affrontare i complessi equilibri geopolitici nell'area dell'Estremo Oriente e che ha prodotto il risultato di migliorare i rapporti tra le due potenze. Infatti nell'ambito dell'Organizzazione si sono sviluppate attività di cooperazione nella difesa comune (che hanno portato allo svolgimento di regolari esercitazioni militari in Asia e nel Mar della Cina) unitamente ad accordi di programmazione economica. Il messaggio per le potenze occidentali e gli USA, a parere degli osservatori, e' risultato essere che, seppure non sempre d'accordo, Mosca e Pechino sono disposte a garantirsi reciproco supporto difensivo ed economico per preservare, da interferenze esterne, il prezioso scacchiere geopolitico asiatico. Per alcuni analisti, l’Organizzazione è stata presto definita il nuovo “Patto di Varsavia” o la “NATO dell’Est” tesa a contenere l’unipolarismo della superpotenza statunitense. Gli USA avevano sempre guardato all'area come ad uno spazio nel quale non avrebbero dovuto avere posto ne' Cina ne' Russia ne' , a maggior ragione, l’Iran. In tale ottica avevano incrementato la loro presenza in Asia Centrale sottovalutando inizialmente il ruolo dell’Organizzazione. Nel momento in cui la SCO ha iniziato ad attrarre, anche solo a mero titolo di osservatori, India ed Iran, l'atteggiamento degli USA nei suoi confronti e' mutato. Infatti, è parso del tutto evidente il crescente ruolo in chiave di contrasto alla penetrazione USA nell'area, svolto dall’Organizzazione. Risulta, infine, chiaro che la Shanghai Cooperation Organization  sta assumendo sempre maggior peso nel contesto delle relazioni internazionali. Al contempo, la costituzione in seno alla SCO della cd. “Dialogue Partner”, potrebbe divenire un nuovo forum di dialogo all’interno dell’Organizzazione, in cui, per la prima volta, potrebbero partecipare anche gli USA e l’Unione Europea e/o la NATO, facendo così allontanare l’allarmante ipotesi di una SCO come blocco militare in contrapposizione all’Occidente.

venerdì 27 aprile 2012

Tuvalu

Tuvalu, in precedenza conosciuto come Isole Ellice, è una nazione insulare polinesiana situata nell'oceano pacifico a metà strada tra le isole hawai e l'Australia. Gli arcipelaghi più vicini sono le isole Kiribatii, le Samoa e le Figi. Comprende quattro isole coralline e cinque atolli.
 
Popolazione:

Dopo la città del  Vaticano è lo stato con la popolazione più piccola, ha infatti solamente 11.468 ab (2004) ed è 193°. Ha però un'altissima densità: 441 ab / km quadrato. La popolazione è composta al 96% circa da tuvaluani di etnia Polinesiana ed al 4% circa da tuvaluani di etnia Micronesiana
 
Scenario storico:Tuvalu, abitata sin dall'inizio del I milennio a.C, fu visitata dagli europei per la prima volta nel 1568, con l'arrivo dello spagnolo Alvaro de Mendana y Neyra. Da quella data soltanto mercanti di schiavi e cacciatori di balene approdarono occasionalmente sulle isole. Nel 1892, Tuvalu divenne parte del protettorato britannico delle isole Gilbert e Ellice, con Tuvalu che fu ufficialmente denominato "isole Ellice". Il protettorato divenne una colonia nel 1915.

Nel 1974, le differenze etniche all'interno della colonia spinsero i polinesiani delle Ellice a votare per la separazione dai micronesiani delle Gilbert (che sarebbero poi diventate kiribati). L'anno seguente, le isole Ellice divennero una colonia britannica a sé stante, per poi arrivare all'indipendenza il 1° dicembre 1978 . Membro delle Nazioni Unite ( 1999).
 
Aspetto:
1)                            Geografia Fisica:Comprende 9 atolli di cui 8 abitati. Nessun punto supera i 5 m sopra il livello del mare. Si pensi che l'edificio del Governo inaugurato il 6 luglio 2004 è l'edificio più alto dello Stato, composto da tre piani

2)                            Geografia Umana:L'isola è da sempre patria di molti emigranti diretti verso le altre isole della Polinesia e in particolare verso la Nuova Zelanda .Negli ultimi anni il fenomeno è stato decisamente accentuato dal fatto che l'innalzamento del livello degli oceani sta mettendo a serio rischio l'esistenza stessa dell'arcipelago, formato da isole sabbiose di forma allungata e alte non più di un paio di metri sul livello del mare.
 
3)                            Geografia Economica:L'economia del paese si basa soprattutto sul turismo e sull'agricoltura  commerciale. La pesca è importante per l'alimentazione locale.Crescente importanza riveste il settore finanziario, favorito dal fatto che il paese gode di una legislazione fiscale privilegiata; solo di recente sono state emanate norme anti-riciclaggio
 
4)                            Geografia Politica:Tuvalu è una monarchia parlamentare all'interno del Commonwealth britannico, avente come capo di stato la regina Elisabetta II, la quale è rappresentata da un governatore generale, che è nominato su proposta del primo ministro. Il governo di Tuvalu ha espresso l'intenzione di indire un referendum nel giugno 2005 in merito alla possibilità di fare del paese una repubblica. Il 30 aprile 2008 il risultato di un referendum indetto per scegliere se divenire repubblica o mantenere lo stato di monarchia costituzionale, ha decretato il mantenimento dello stato attuale. Il parlamento locale, o Fale I Fono, è composto da 15 membri (7 circoscrizioni eleggono 2 rappresentanti, una circoscrizione che elegge un solo membro) ed è nominato ogni 4 anni. I suoi membri eleggono il primo ministro, che è il capo del governo. A livello locale, alcuni anziani esercitano un'autorità informale.

È interessante osservare che in Tuvalu non sono presenti partiti politici organizzati. il Primo Minitro  è  eletto nel turno elettorale Il potere monarchico è esercitato dalla Regina Elisabetta II, rappresentata dal Governatore Generale

ANALISI DEI FATTORI DI SVILUPPO
1
Fattore storico: conflitti
N
+4
2
Paesi limitrofi in conflitto
N
+4
3
Rifugiati (migliaia)
N
+4
4
Disoccupazione (%)
N/A
N/A
5
Sfruttamento petr/oro/diam
N
+4
6
Area geografica (migliaia Kmq)
26 kmq
+4
7
Area forestale (migliaia Kmq)
N/A
N/A
8
Fazioni etniche/religiose
N
+4
9
Mov. Int. strati pop. (migliaia)
N
+4
10
Regime Politico (-10 a +10)
Democrazia
10
11
Nuovi Stati formazione instabile
N
+4
12
Corruzione (1-10)
N
N/A
13
PNL pro-capite (US$)
N
N/A
14
Crescita economica (%)
3%
+2
15
N/A
N/A
16
Aiuto Estero (% PNL)
N/A
N/A
17
HIV/AIDS (%)
N/A
N/A
18
Spesa militare (% PNL)
N/A
N/A
19
Disastri Naturali
tifoni
-1
20
Isolamento geografico
1 Aeroporto 1 Porto
-4
21
Indice sviluppo umano
N
N/A
22
Popolazione (milioni)
12,177
+4
23
Crescita demografica (%)
1.577%
-1



Stato stabile ,democratico ma senza non sono presenza di partiti politici organizzati,favorizando una legislazione fiscale privilegiata ,l'economia del paese si basa soprattutto sul turismo e sull'agricoltura   commerciale e la pesca

SCHEDA FINALE
Lo Stato preso in esame:  TUVALU ha evidenziato una capacità di resistere agli squilibri e shoks pari a 1,64 (Azzuro)
E si può disegnare, per esso, il seguente scenario:di sviluppo (Stato in fase di sviluppo ).
Quindi il Paese, alla data del Giugno 2009,  e presenta in particolare uno scenario di:

SICUREZZASviluppo di 3° livello: Verde
COESIONE SOCIALE  Sviluppo di 3° livello: Verde
GOVERNO Equilibrio di 2° livello: Giallo
CAPACITA’ ECONOMICA  Equilibrio di 2° livello: Giallo
SVILUPPO SOCIALE  Equilibrio di 3° livello: Bianco